Atleti sotto pressione: peso, alimentazione e safeguarding nello sport

Giovane atleta nello spogliatoio con simboli di tutela legale e titolo Atleti sotto pressione

Nello sport la cura dell’alimentazione, della composizione corporea e del recupero può contribuire alla prestazione e alla prevenzione degli infortuni. Il problema nasce quando indicazioni tecniche e sanitarie lasciano spazio a pressioni, umiliazioni, controlli invasivi o regimi alimentari imposti senza un’effettiva valutazione professionale.

Frasi come «devi perdere ancora peso», «così non sei competitivo» o «stai danneggiando la squadra» possono essere presentate come normali richieste agonistiche. Il loro significato dipende però dal contesto, dalla frequenza, dall’età dell’atleta, dalla competenza di chi le formula e dalle conseguenze che producono sulla persona.

Il punto giuridico e organizzativo è chiaro: la ricerca della performance non sospende i diritti dell’atleta. Salute, dignità, riservatezza e libertà di autodeterminazione devono restare il limite entro il quale operano tecnici, dirigenti, preparatori e professionisti sanitari.

Quando l’indicazione tecnica diventa pressione

Non ogni valutazione sul peso o sull’alimentazione costituisce un abuso. Nello sport di alto livello alcuni parametri possono essere rilevanti e un professionista qualificato può proporre programmi nutrizionali individualizzati.

Il confine può essere oltrepassato quando:

  • l’atleta viene pesato o misurato in condizioni umilianti o davanti al gruppo;
  • il peso diventa oggetto di derisione, colpevolizzazione o confronto continuo;
  • vengono imposte restrizioni alimentari senza controllo medico o nutrizionale;
  • convocazione, rinnovo o ruolo in squadra sono usati come strumenti di pressione sul corpo;
  • non è possibile contestare un’indicazione o chiedere un secondo parere;
  • segnali di stanchezza, infortunio, disagio o alterazione del rapporto con il cibo vengono minimizzati;
  • un minore è spinto a nascondere alla famiglia le pratiche richieste dallo staff.

La valutazione non può essere affidata a una frase isolata. Occorre considerare il rapporto di potere, la vulnerabilità dell’atleta e l’eventuale sistematicità della condotta. Ciò che per un adulto professionista può apparire un confronto tecnico, per un giovane atleta può trasformarsi in un condizionamento difficilmente rifiutabile.

Il rischio per la salute: la sindrome RED-S

Una disponibilità energetica cronicamente insufficiente rispetto al dispendio dell’attività sportiva può incidere su numerose funzioni fisiologiche e sulla prestazione. Il Comitato Olimpico Internazionale utilizza l’espressione Relative Energy Deficiency in Sport (RED-S) per descrivere questo quadro complesso, che non riguarda soltanto le atlete e non coincide semplicemente con l’essere molto magri.

Il consenso scientifico del CIO del 2023 richiama la necessità di una valutazione clinica qualificata e multidisciplinare. Per una società sportiva la conseguenza pratica è netta: peso, alimentazione e carichi di allenamento non possono essere governati attraverso slogan, automatismi o iniziative personali dell’allenatore.

Il dirigente non deve formulare diagnosi, ma deve costruire un’organizzazione capace di riconoscere i segnali di rischio, indirizzare l’atleta verso professionisti competenti e impedire che la cultura della prestazione renda normali condotte potenzialmente dannose.

Perché si tratta anche di safeguarding

L’articolo 16 del d.lgs. 39/2021 ha introdotto, nel sistema sportivo, i modelli organizzativi e di controllo e i codici di condotta finalizzati alla prevenzione e al contrasto di abusi, violenze e discriminazioni. L’articolo 33, comma 6, del d.lgs. 36/2021 collega inoltre la protezione dell’integrità fisica e morale degli sportivi alla figura del responsabile contro abusi, violenze e discriminazioni.

Il safeguarding non riguarda soltanto gli episodi più evidenti di violenza. Deve intercettare anche l’abuso psicologico, l’incuria, la denigrazione fondata sulle caratteristiche fisiche, l’imposizione di pratiche incompatibili con la salute e l’uso improprio dell’autorità tecnica.

Una politica efficace dovrebbe affrontare espressamente i rischi legati a commenti sul corpo e sul peso, misurazioni e condivisione dei dati, programmi alimentari e integratori, rapporti tra tecnici e professionisti sanitari, tutela dei minorenni, segnalazioni e divieto di ritorsione.

Limitarsi a pubblicare un modello standard o a nominare formalmente il responsabile safeguarding non è sufficiente. La prevenzione richiede regole comprensibili, ruoli effettivi e la capacità di intervenire prima che il disagio si trasformi in danno.

Dati sanitari, bilancia e riservatezza

Peso, composizione corporea, informazioni sul ciclo mestruale, infortuni, parametri fisiologici e programmi nutrizionali possono rivelare dati relativi alla salute. La loro raccolta non diventa lecita soltanto perché utile alla performance.

La società deve chiarire quali dati vengono raccolti e per quale finalità, chi può accedervi, per quanto tempo vengono conservati, se vengono trasmessi a piattaforme o fornitori esterni e quali cautele ulteriori operano per i minorenni.

Le pesate collettive, le classifiche interne sulla composizione corporea o la circolazione informale di dati sanitari nelle chat dello staff sono pratiche particolarmente critiche. La minimizzazione dei dati e la riservatezza devono tradursi in comportamenti quotidiani, non restare formule contenute nell’informativa privacy.

Il ruolo dei professionisti e l’autonomia dell’atleta

Le indicazioni alimentari devono provenire da professionisti abilitati, entro le rispettive competenze. Ma la presenza del professionista non legittima automaticamente qualsiasi intervento: restano necessari appropriatezza, informazione, riservatezza e autonomia di giudizio.

L’atleta deve poter comprendere finalità, benefici e rischi del programma proposto. Deve inoltre poter riferire un disagio, chiedere chiarimenti e ottenere una rivalutazione senza temere esclusioni o ritorsioni.

Nel caso del minore, il coinvolgimento della famiglia va organizzato in modo coerente con l’età e la maturità dell’atleta, evitando sia l’estromissione dei genitori sia una gestione che annulli l’ascolto diretto del ragazzo o della ragazza.

Sette misure concrete per le società sportive

  1. Mappare i rischi, includendo peso, alimentazione, carichi, infortuni e criteri di selezione.
  2. Vietare umiliazioni e commenti denigratori sul corpo nei codici di condotta.
  3. Definire competenze e responsabilità, distinguendo allenatore, medico, dietista o nutrizionista e dirigente.
  4. Disciplinare le misurazioni, stabilendo necessità, modalità, riservatezza e accessi.
  5. Formare tecnici, dirigenti e famiglie sui segnali di disagio e sulle modalità di comunicazione.
  6. Garantire un canale di segnalazione riservato, accessibile anche ai minorenni e protetto da ritorsioni.
  7. Prevedere un protocollo di intervento, con ascolto, protezione immediata, professionisti competenti e corretta documentazione delle decisioni.

Il responsabile safeguarding deve poter operare con autonomia e senza conflitti d’interesse. Non sostituisce il medico, lo psicologo o l’autorità giudiziaria: riceve e valuta le segnalazioni secondo le procedure, attiva le misure di protezione e verifica che l’organizzazione non ignori i fattori di rischio.

Tecnologia e intelligenza artificiale: strumenti, non decisori

Wearable e piattaforme di analisi possono integrare dati su allenamento, recupero, peso e alimentazione. Possono aiutare a individuare tendenze, ma non devono trasformare una previsione statistica in un ordine rivolto all’atleta.

Un sistema che suggerisce di ridurre il peso, modifica automaticamente un piano alimentare o attribuisce un punteggio di “idoneità” richiede controllo umano effettivo, verifica della qualità dei dati e possibilità di contestare il risultato. Il professionista deve conservare la propria autonomia; il dirigente deve sapere chi risponde della decisione; l’atleta deve ricevere informazioni comprensibili. L’algoritmo non rende neutrale una scelta e non attenua la responsabilità di chi la adotta.

La prestazione non può prevalere sulla persona

Una società sportiva responsabile non rinuncia alla performance: la rende sostenibile, sottraendola a pratiche improvvisate, coercitive o lesive della dignità.

La prevenzione comincia quando l’organizzazione smette di considerare il disagio dell’atleta come debolezza individuale e lo tratta come un possibile segnale di rischio. Modelli, codici, formazione e responsabile safeguarding acquistano valore soltanto se producono un ambiente nel quale chiedere aiuto non comporta perdere il posto in squadra.

Lo Studio assiste associazioni e società sportive nella costruzione e nell’aggiornamento dei modelli organizzativi, dei codici di condotta, delle procedure di segnalazione e dei protocolli per la tutela degli atleti.

Fonti essenziali

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